03 dic 2009

Col sole in fronte

Stasera sono stanco, come la solito la mezzanotte è passata senza che nemmeno me ne accorgessi e mi ritrovo qui a scrivere al vento. Potrei andarmene a letto, per provare per una volta l'ebbrezza di svegliarmi al mattino in uno stato non catatonico. Il problema è che il ritmo alzarsi - lavoro - cenare - letto va bene quando si è in debito d'ossigeno, per il resto credo sia solo la strada più breve per l'inaridimento. Per farsi succhiare dalla vita quotidiana.
Preferisco vivere così, in trincea, cercando metro dopo metro di rubare spazio al dormire; ritagliarmi con la forza tempo per seguire le mie cose, coltivare i miei interessi e (perchè no) farmi un po' di cazzi miei. Avere certi ritmi a volte risulta pesante, soprattutto quando si inizia a 22 anni e si realizza di essere entrati in un tunnel di cui non si vede l'uscita; sapendo benissimo che, anche alla soglia del mezzo secolo, la gente che come te vive con giacca e cravatta tatuate addosso si fa forse un culo doppio del tuo. Cazzo.
Nessuno me lo ha imposto, e anzi è stata una mia scelta convinta; a volte però mi ritrovo a pensare all'ossimoro continuo insito nella contraddizione di svolgere un lavoro che ti spinge a cercare sempre e comunque la concretezza dei margini di guadagno, e avere una personalità che tende all'effimero e all'immaginazione. All'inizio le due componenti cozzavano tra loro, dopodichè si sono creati i presupposti per una reciproca convivenza. Tirare tardi, a volte anche forzandomi, è condizione necessaria per mantenere questo equilibrio. In fin dei conti, non è lavorare che mi fa paura: lo faccio ogni giorno per 12 ore, salvo picchi in cui si passa anche la serata a smadonnare su grafici e tabelle. A farmi paura è il modello di vita "Dio, Patria e Famiglia". La routine. La TV alla sera, la passeggiata al Sabato in centro, la noia. Arrivare a quarant'anni, guardarmi indietro e dire: "Che cazzo ho fatto fino ad ora?"
No.
Non è un tema di esperienze che si fanno, conosco gente che non è mai uscita dalla sua città ma che è ben più interessante di alcuni che hanno passato la vita a viaggiare. E' un tema di apertura mentale, di atteggiamento. Non dico neanche che il mio approccio sia il migliore possibile, ma è questo. Punto.
Dunque, non posso fare altro che impegnarmi per mantenere aperto lo spiraglio che mi permette di essere più tranquillo; di non chiudere gli usci all'avventura, come invece ha fatto qualcuno per poi raccontarlo in una tristissima canzone. La serenità dell'instabilità. Potermi immaginare tra 5 anni in un altro posto e in un alto contesto. Sapere di avere delle porte aperte, anche se poi magari non le varcherò mai.
Non sono una persona quadrata, ormai è troppo tardi per diventarlo nè mi interessa. Sono un poligono irregolare i cui lati compenetrano per osmosi quello che hanno attorno. Sono disordine, sregolatezza, contraddizione. Un confusionario con le idee chiare.

Ma ora basta con questo post "Caro diario", come Nemesi chiama i miei sfoghi (salvo poi contattarmi tutta contenta dopo averne letto qualcuno: "Che bello, almeno per te sono un rettore di una scuola...").
E pensare che stasera ero passato di qui per parlare di viaggi, dei prossimi posti in cui vorrei che Zia Suzi prima o poi mi portasse. Chi è Zia Suzi? La mia moto. Perchè si chiama così? Beh, Suzi perchè è una Suzuki e sopra i 7.000 giri urla come Suzi Quatro (se non avete presente, andate a vedere QUI); Zia perchè è un'anziana signora un po' sovrappeso, che per darmi kilometri di strada da mangiare consuma un sacco di olio...
L'estate scorsa ha portato il sottoscritto e il Cunctator fino alle colonne d'Ercole comportandosi egregiamente per oltre 5.000 kilometri, tanto da farmi prendere in considerazione prima o poi di attaccare Capo Nord. Ma questa è un'altra storia, e per stasera (nel frattempo diventata mattina) abbiamo già dato.



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